10 ago 2019

Crisi di governo: Ue, Cina, Libia, Usa. In Italia politica estera menomata

@ - Dopo l'avvio della crisi di governo innescata da Salvini l'Italia si ritrova con una politica estera menomata tra nomine Ue, caos libico e trade war Usa-Cina
Il 26 agosto scade l'ultimatum per la proposta del commissario europeo, con l'Italia che mira (mirava?) alla Concorrenza. Il 9 settembre avrebbe dovuto essere convertito in legge il decreto sul golden power (sul quale comunque non esistevano i tempi tecnici), nell'ambito dell'insidiosa sfida tecnologica e geopolitica sul 5G che coinvolge gli Stati Uniti e Huawei. Si era parlato di una nuova missione in Cina con governo e imprese per implementare nuovi accordi all'interno della Nuova Via della Seta. Nel frattempo, a poche miglia di mare dalle nostre coste, in Libia, la situazione assomiglia sempre più a una guerra civile. Senza dimenticare le tensioni internazionali sui dazi che potrebbero presto coinvolgere anche l'Europa.

In questo scenario geopolitico globale la peggiore situazione possibile sarebbe stato l'improvviso insorgere una crisi di governo. Ecco, appunto. L'Italia (o meglio una sua parte) ha deciso di infilarcisi proprio adesso, in una crisi di governo. Con tutte le conseguenze del caso. Quelle più evidenti sono quelle sul piano economico e della politica interna, ma non sono da trascurare nemmeno quelle sullapolitica estera, che viene di fatto azzerata o quantomeno menomata in un momento cruciale.

L'appuntamento più impellente sarebbe appunto quella della proposta del nome per la commissione europea della neo presidente Ursula von der Leyen. La tedesca, considerata la "delfina" di Angela Merkel, è stata a Roma la scorsa settimana per un incontro con il premier Giuseppe Conte, durante il quale non è stato trovato nessun accordo sul possibile commissario anche per il ritardo della Lega, che aveva rivendicato il diritto di scelta visti i risultati delle elezioni europee del 26 maggio, nella consegna della rosa dei papabili. Ora la crisi allontana, in maniera forse decisiva, la poltrona della Concorrenza, quella ambita dall'Italia e che invece ora potrebbe essere destinata altrove con un governo in crisi, magari a quella Margrethe Vestager che ha più volte manifestato il desiderio di proseguire l'apprezzato lavoro cominciato durante la scorsa legislatura.

Appare inevitabile che su tutti i dossier aperti con l'Unione europea l'Italia perda potere negoziale. Stesso discorso su un altro tema geopolitico particolarmente importante per il nostro paese: la Libia. La situazione a Tripoli e dintorni è più che mai complicata, con il generale Haftar più o meno ufficiosamente sostenuto (almeno in un primo momento) dalla Francia che cinge d'assedio la capitale controllata dal governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dall'Italia, quello di Serraj. E' evidente che durante una crisi l'Italia non riuscirà a incidere su un processo delicato nel quale invece altri attori potrebbero agire in contropiede per avvantaggiarsi, come già accaduto in passato.

Un'altra conseguenza della crisi di governo è la certificazione ufficiale che il decreto sul golden power non sarà convertito in legge. Un tema molto delicato visto che coinvolge il nodo del 5G, con sullo sfondo le tensioni tra gli Stati Uniti e il colosso cinese Huawei. Il decreto sul golden power era stato voluto dalla Lega, su indicazione di Washington, per analizzare maggiormente i rischi legati al ruolo di mercato di aziende straniere, con un riferimento nemmeno troppo impliciti ai player cinesi come il gigante di Shenzhen e ZTE, invisi, soprattutto il primo, alla Casa Bianca. I tempi non sarebbero stati comunque rispettati, visto che il termine per la conversione era fissato per il 9 settembre, ma di certo la crisi rappresenta la pietra tombale sull'argomento.

Probabile che gli Stati Uniti non siano molto felici, ma potrebbero tornare a esserlo in un prossimo futuro se, come prevedono i sondaggisti, in caso di elezioni autunnali il prossimo governo dovesse essere 100% sovranista con Lega e, forse, Fratelli d'Italia. A quel punto, come hanno già chiarito i diversi viaggi Oltreoceano di Salvini e di Giancarlo Giorgetti, l'Italia tornerebbe ad assumere una posizione fortemente filoatlantista (anche se il caso Savoini potrebbe ancora avere ripercussioni in tal senso) con una prevedibile revisione, anche profonda, dei rapporti con la Cina che avevano invece subito un'accelerata con la firma del memorandum of understanding sulla Belt and Road Initiative di Pechino lo scorso marzo durante la visita del presidente Xi Jinping a Roma e poi con la partecipazione di Conte al forum sulla Nuova Via della Seta di Pechino a fine aprile.

Il riposizionamento però è ancora da venire, al momento l'Italia resta senza bussola in un momento di tempesta, con la trade war tra Washington e Pechino in continua escalation, con il possibile prossimo coinvolgimento dell'Europa nello scontro sui dazi. Una tempesta diplomatica e geopolitica che la crisi di governo porta l'Italia ad affrontare con le mani legate dietro la schiena.

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