29 apr 2016

Immigrati musulmani fra integrazione e ghetto | Tempi.it

Immigrati musulmani fra integrazione e ghetto | Tempi.it: "«L’Italia potrebbe riuscire là dove Francia e Belgio hanno fallito». Gli attentati di novembre a Parigi e di marzo a Bruxelles hanno spazzato via in un attimo tante belle parole e teorie su islam e integrazione. Nelle periferiche banlieue parigine, così come nel centrale quartiere di Molenbeek, ci si chiede ormai dove si è sbagliato e come permettere allo Stato di recuperare situazioni sfuggite al suo controllo. «Questo non è il caso dell’Italia», dichiara a Tempi Samir Khalil Samir, gesuita nato in Egitto, vissuto in Libano, grande islamologo e docente all’Université Saint Joseph di Beirut e al Pontificio istituto orientale di Roma.
Il nostro paese, infatti, non si trova nella situazione di chi deve tappare il buco con una pezza, ma di chi si può ancora permettere di evitare che si apra il buco. E le premesse ambientali per riuscirci, spiega Samir, sono buone: «Intanto l’Italia non ha avuto una colonia islamica. C’è stata la Libia, ma è durata poco. Quindi non è un paese visto con inimicizia. In più, i musulmani italiani non provengono in modo prevalente dallo stesso paese, come gli algerini francesi o i marocchini belgi, e questo aiuta a impedire che si chiudano in gruppi e movimenti separati dal resto della società». Gli italiani, poi, «sono accoglienti di carattere, più umani, e questo facilita l’integrazione. La cultura mediterranea è più vicina per alcuni aspetti a molti paesi musulmani. E per quanto ci possano essere moschee e imam radicalizzati anche qui, sono in numero di gran lunga inferiore rispetto agli altri paesi».

Il terreno, dunque, è fertile per impedire la ghettizzazione e la radicalizzazione di centinaia di giovani che finiscono per ingrossare le fila dello Stato islamico. Ma buona volontà e predisposizioni naturali e culturali non bastano. Per un’integrazione reale servono innanzitutto regole chiare: «Mi ricordo che in viale Jenner a Milano il venerdì i musulmani bloccavano la circolazione per pregare, come si fa in tanti paesi musulmani», continua il padre gesuita. «Questo può avvenire una o due volte all’anno, in casi eccezionali, chiedendo il permesso alla polizia. Ma non ci si può impossessare della strada tutti i venerdì, per di più senza chiedere il permesso. Chi arriva in Italia da un altro paese deve rispettare le regole». È quindi necessario che «chi arriva qui impari la lingua, anche le donne. Nella tradizione musulmana tendono a stare in casa e a parlare solo la lingua di origine, ma bisogna aiutarle. Negli Stati Uniti ad esempio non ti accettano come immigrato se non hai imparato prima l’inglese».
Il comportamento sociale
Queste regole, che possono sembrare un ostacolo all’accoglienza, sono in verità «un modo per aiutare l’immigrato, non per andare contro di lui. Un musulmano deve sapere che in Italia non può trattare sua moglie come farebbe in Arabia Saudita. Non può tenere le figlie rinchiuse e i figli mandarli liberamente in giro. Se non assume questi aspetti della nuova cultura, un immigrato non potrà integrarsi e di conseguenza non sarà mai felice. Le regole servono soprattutto a lui».
Poche settimane fa una scuola svizzera del cantone Basilea Campagna ha autorizzato due musulmani, contro la tradizione locale, a non stringere la mano all’insegnante donna, perché la religione lo proibirebbe. «Questo è esattamente l’esempio che non dobbiamo seguire», continua l’islamologo. «La stretta di mano a scuola è un’usanza in quel cantone svizzero e per viverci tutti devono adeguarsi a quella cultura, nella misura in cui non vìola la persona umana, ovviamente. Se questo non succede, né i musulmani né gli svizzeri potranno essere felici. E allora è meglio che tornino a vivere nel loro paese di origine. Anche perché fino a vent’anni fa la mano alle donne i musulmani la potevano dare, prima che arrivasse l’islam desertico radicale dall’Arabia Saudita».
La distinzione tra religione e comportamento sociale è fondamentale: «È vero che a livello di fede non si può imporre niente, ma a livello socio-culturale invece si possono fare imposizioni. L’Europa non ha preso coscienza di quanti conflitti nascono quando si rifiuta l’integrazione socio-culturale. Certe cose vanno insegnate fin dall’infanzia».
L’Italia è ancora in tempo per seguire questa strada virtuosa. Ma ci sono accorgimenti che deve prendere: «La libertà di culto va garantita a tutti, nessuno escluso», mette subito in chiaro padre Samir. «Ma questo non significa ad esempio che sia lo Stato a dover costruire le moschee. Tocca ai musulmani del posto farlo e senza farsi finanziare dall’estero: perché chi paga comanda. Come in Norvegia e Austria, sono i fedeli locali a dover raccogliere i fondi dentro il paese per costruirla e loro ne sono responsabili».
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