21 gen 2023

Ungheria, destituiti 170 ufficiali: "Cacciati perché filo Nato"

@ - Il ministero della Difesa dell'Ungheria ha destituito almeno 170 alti ufficiali delle forze armate, fra cui generali e colonnelli. Il provvedimento viene presentato come necessario per ringiovanire e ammodernare la difesa, scrive il portale Daily News Hungary. L'opposizione accusa il governo di Budapest di volersi liberare degli ufficiali a favore della Nato, alleanza di cui l'Ungheria fa parte.

Ungheria, destituiti 170 ufficiali: "Cacciati perché filo Nato"
© Fornito da Adnkronos

Secondo Agnes Vadai, ex sottosegretaria alla Difesa e deputata della Coalizione Democratica all'opposizione, giovedì erano già stati destituiti in 170, tutti filo Nato, ma alla fine si potrebbe arrivare a migliaia. Ora nelle forze armate conta la lealtà politica, ha sottolineato.

Video correlato: Crosetto in Ungheria: Ho scelto di venire sul Fianco Est perché è il fronte che segnerà nostre vite (Agenzia Vista)

Crosetto in Ungheria: Ho scelto di venire sul Fianco Est perché è il fronte che segnerà nostre vite


Le destituzioni avvengono nell'ambito di un decreto del governo che permette agli ufficiali delle forze armate di andare in pensione dopo 25 anni di servizio. Ma sembra che sia stato il ministero della Difesa a scegliere chi deve lasciare il posto. Gli ufficiali devono andarsene entro due mesi e poi riceveranno il 70% del salario, anche se continueranno a lavorare.

La vicenda arriva a quasi un anno dall'invasione russa dell'Ucraina, con il governo nazional populista del premier ungherese Viktor Orban che è stato più volte accusato di posizioni filorusse.

15 gen 2023

Pensione a 64 anni per tutti in Italia, ecco quali sarebbero le conseguenze

@ - Possiamo andare tutti in pensione a 64 anni? Ecco perché oggi è una prospettiva impensabile e quali sarebbero le conseguenze.


E se tutti andassero in pensione a 64 anni? Il dibattito sulle pensioni ritorna periodicamente sulla scena italiana e questo perché non si è ancora trovato un sistema convincente ed equilibrato. Se ne parla soprattutto nel tentativo di superare la riforma Fornero e avvicinare la data di uscita del lavoratore o della lavoratrice dal sistema.

Se c’è un’età giusta per andare in pensione, questa oggi dipende molto da quanti anni di lavoro si hanno alle spalle. Non si tratta solo di un problema economico, cioè della spesa che lo Stato deve sostenere, ma anche dell’indipendenza del pensionato o della pensionata che accedono prima o anni dopo all’assegno pensionistico. Ma se tutti gli italiani andassero in pensione a 64 anni la spesa previdenziale italiana aumenterebbe in maniera insostenibile?

Il sistema è insostenibile, commentano gli analisti, non soltanto sulla carta, ma anche nelle realtà - oggi regionale - dove il numero dei pensionati è più alto dei lavoratori. Secondo gli esperti questo dato sarà nazionale entro il 2050. Un altro anno determinante è il 2039, quando il numero degli over 64 supereranno gli under 35. L’andamento non è solo italiano e altri Paesi hanno già iniziato a lavorare sul sistema pensionistico del futuro, un discorso che in Italia è ancora posato sui carboni ardenti della critica alla riforma Fornero.

Più pensionati che lavoratori: un futuro insostenibile?
Uno dei temi più discussi in campagna elettorale, con tanto di promesse fantasiose, è proprio quello del sistema pensionistico. Si discute e spesso di qual è l’età giusta per andare in pensione e ce si chiede ai lavoratori questa è il prima possibile, ma non è sempre un modello sostenibile. L’insostenibilità non è soltanto del sistema pensionistico, ma anche dell’individuo che ottiene l’assegno mensile. Infatti prima si esce, più basso è l’assegno.

In media andare in pensione a 64 anni, con 38 anni di contributi comporta una perdita intorno ai 120-130 euro mensili rispetto ad andare in pensione a 67 anni con 3 anni di contributi in più. La spesa più grande l’avrebbe ovviamente l’Inps, che già nel 2021 spendeva 312 miliardi di euro per le pensioni e la spesa è destinata ad aumentare. Secondo l’ex ministra al Welfare Elsa fornero si rischierebbe così l’economia italiana stessa.

Un sistema pensionistico equo e sostenibile è possibile?
La riforma Fornero ha permesso di risparmiare fino a 22 miliardi di euro e più dell’1,4% del Pil. Per questo rinunciare al sistema potrebbe essere prematuro in vista di un futuro non equilibrato tra lavoratori e pensionati. La situazione peggiorerà quando saranno i nati tra gli anni 60 e gli anni 70 ad andare in pensione. Si è calcolato infatti che nel 2039 il rapporto tra lavoratori e pensionati sarà di 1 ogni 1,8. Le conseguenze sono prevedibili, ma disegnare un sistema pensionistico per il futuro è ancora una sfida “lontana”.

Il problema non è soltanto italiano e in altri Paesi si sta già affrontando la conseguenza dell’invecchiamento della popolazione e la diminuzione dei lavoratori attivi tra i 18 e i 65 anni. Per esempio in Giappone l’obiettivo è il rallentamento dell’uscita dal mondo del lavoro e, anche se tra i 65 e i 69 anni il 59% degli uomini lavora ancora, l’idea è quella di portare l’età lavorativa almeno fino ai 70 anni, se non oltre.

In Australia, scampata la crisi degli anni 80, si è adottato un sistema pensionistico individuale dove sono i datori di lavoro a congelare in un conto bancario apposito i soldi versati per i propri dipendenti, che saranno poi restituiti mensilmente come una pensione. Inoltre ogni singolo individuo può versare i propri contributi nel fondo e aumentare così l’uscita dal mondo il lavoro.

Anche l’Italia deve ragionare su un sistema che pensi al futuro - ma anche molto attuale - invecchiamento della popolazione e come non far pesare questo sul sistema pensionistico più di quanto già non succeda.

30 dic 2022

Reddito di cittadinanza, perché nel 2023 sarà impossibile far trovare lavoro a 800mila persone con i fondi europei

@ - Oltre 800mila persone che oggi ricevono il Reddito di cittadinanza perderanno l'assegno ad agosto 2023, come funzioneranno i corsi di formazione per renderle appetibili sul mercato del lavoro?


Non tutti possono trovare “il lavoro dei loro sogni”, ma si può tentare di incrociare domanda e offerta di lavoro con corsi di formazioni mirati. Questa, in sintesi, è la posizione espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa dopo le polemiche per la cancellazione del Reddito di cittadinanza per oltre 800mila persone.

Questi, che fanno parte di circa 400mila nuclei familiari, come stabilito dalla legge di Bilancio 2023, non riceveranno più i circa 500 euro mensili di sussidio a partire dal prossimo 1° agosto. In questi sette mesi saranno obbligati a seguire dei corsi di formazione.

Secondo Meloni esistono moltissime professionalità che le aziende cercano e non trovano (il cosiddetto mismatch tra domanda e offerta) e per questo con un'adeguata formazione si possono rendere queste persone appetibili sul mercato del lavoro, con contratti e stipendi dignitosi.

Tra le opzioni in campo per attuare questo piano ambizioso, la numero uno di Palazzo Chigi ha citato il Fondo sociale europeo, che porta in dotazione all'Italia circa 14 miliardi di euro. Ma davvero è possibile utilizzarlo?

Reddito di cittadinanza, chi dovrà seguire il corso di formazione nel 2023
Vorrei - ha spiegato Meloni - che quando una persona si rivolge a un centro per l'impiego o a un'agenzia privata siano in grado di dirle dove c'è lavoro e chi mi darà la formazione necessaria”. Quindi tutti coloro che sono ritenuti dal governo occupabili devono riuscire a seguire un corso che fornisca quella professionalità necessaria alle aziende. Se non lo fanno perdono il sussidio anche prima di agosto 2023.

A rientrare nell'obbligo ci sono tutti i percettori tra i 18 e i 65 anni che non rientrano nelle casistiche di esonero o esclusione (famiglie con figli, disabili ecc...). Nulla vieta ai beneficiari di cercare un corso di formazione a cui iscriversi, tuttavia la manovra attribuisce il compito di fornire il corso al centro per l'impiego che ha preso in carico il beneficiario. Cioè quello in cui il soggetto ha firmato il Patto per il lavoro. Altrimenti può intervenire un'agenzia privata del lavoro.

Fino a quando non viene assegnato il corso di formazione l'obbligo di parteciparvi per il beneficiario è in qualche modo sospeso. Le Regioni, poi, dovranno segnalare all'Anpal tutti i beneficiari che hanno ricevuto l'indicazione, ma non rispettano l'obbligo di frequenza.

Cosa prevede il programma Gol del Pnrr
Dall'introduzione del Reddito ad oggi ci sono stati diversi problemi nell'organizzazione dei corsi di formazione. La procedura è lenta e non è facile incrociare le richieste delle aziende con le possibilità effettive dell'apparato burocratico di mettere in piedi le lezioni. Non solo: i fondi a disposizione non sono moltissimi.

La base finanziaria esigua messa a disposizione nel 2019 con l'introduzione del sussidio è stata aumentata con il Pnrr, che prevede un piano, il cosiddetto Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori), per l'inserimento nel mondo del lavoro anche dei percettori del Reddito.

Il pacchetto, che entrerà effettivamente in vigore nel 2023, vale circa 5 miliardi di euro per 3 milioni di lavoratori, ma l'obiettivo era prepararli e fargli trovare lavoro entro il 2026. Non certo entro l'estate del 2023, proprio viste le difficoltà di organizzazione dei corsi.

Lavoro ai percettori del Reddito, si può usare il Fondo sociale europeo?
Meloni, però, ha parlato anche dei 14 miliardi del Fondo sociale europeo, lasciando intendere che siano già a disposizione per finanziare la riqualificazione dei disoccupati che percepiscono il sussidio. Fino ad ora, tuttavia, il nostro Paese è stato agli ultimi posti in Europa per capacità di utilizzo del fondo.

Per cambiare passo devono innanzitutto accelerare le Regioni, presentando progetti coerenti per l'occupabilità. Cosa non facile, visto che ci sono solo sette mesi di tempo prima di vedere 800mila persone trasformate in disoccupati assoluti.

Sarà possibile far trovare lavoro a 800mila persone?
Il sistema Gol prevede poi la profilazione delle persone in quattro “cluster” (cioè percorsi di inserimento) a seconda della loro professionalità.

Secondo l'Anpal il 65% delle persone “analizzate” ad oggi finiscono negli ultimi due cluster, quelli di chi è più lontano dal mondo del lavoro e fa più fatica ad avvicinarvisi. Insomma, “con competenze non adeguate ai fabbisogni richiesti”, o, ancora peggio, “casi di bisogni complessi, con ostacoli che vanno oltre la dimensione lavorativa e prevedono l'attivazione di servizi educativi, sociali, socio-sanitari e di conciliazione”.

La maggior parte dei percettori del Reddito ritenuta occupabile, poi, vive nel Sud Italia, dove le opportunità di lavoro sono minori. Ci potrebbe quindi essere uno spostamento di massa al Centro-Nord, ma non è affatto detto che questa parte di Paese abbia le opportunità giuste per centinaia di migliaia di persone.
Sarà possibile far trovare lavoro a 800mila persone?

Il sistema Gol prevede poi la profilazione delle persone in quattro “cluster” (cioè percorsi di inserimento) a seconda della loro professionalità.

Secondo l'Anpal il 65% delle persone “analizzate” ad oggi finiscono negli ultimi due cluster, quelli di chi è più lontano dal mondo del lavoro e fa più fatica ad avvicinarvisi. Insomma, “con competenze non adeguate ai fabbisogni richiesti”, o, ancora peggio, “casi di bisogni complessi, con ostacoli che vanno oltre la dimensione lavorativa e prevedono l'attivazione di servizi educativi, sociali, socio-sanitari e di conciliazione”.

La maggior parte dei percettori del Reddito ritenuta occupabile, poi, vive nel Sud Italia, dove le opportunità di lavoro sono minori. Ci potrebbe quindi essere uno spostamento di massa al Centro-Nord, ma non è affatto detto che questa parte di Paese abbia le opportunità giuste per centinaia di migliaia di persone.

Anzi, i dati sul lavoro sembrano dire il contrario, mentre una parte importante delle professionalità richieste dalle imprese è di alta specializzazione, che non si possono formare in pochi mesi. Quello che si potrà fare è puntare tutto su alcune competenze di base, operaie, comunque molto richieste per la trasformazione tecnologica, come nel caso della messa a terra dei cavi della fibra ottica. Ma farlo esclusivamente con i fondi europei in soli sette mesi sarà praticamente impossibile.

26 dic 2022

Roma, molotov lanciate vicino al cercere di Rebibbia. «È un'intimidazione»

@ - Alcune molotov sono state lanciate nella notte e trovate inesplose nel parcheggio della casa circondariale femminile di Roma Rebibbia fatto che fa seguito all'incendio di due auto avvenuto a luglio dello scorso anno sempre nello stesso parcheggio.

Roma, molotov lanciate vicino al cercere di Rebibbia.
 «È un'intimidazione»© Anthology


Rebibbia, trovate molotov inesplose
«È un segnale preoccupante che impone una risposta immediata del governo in termini di investimenti straordinari per mettere in sicurezza la polizia penitenziaria è più in generale il sistema carcere ormai sempre più a rischio implosione e, sempre più esposto, al ripetersi di episodi come quelli accaduti nel marzo del 2020 quando diverse rivolte misero a ferro e fuoco molte carceri con morti, feriti e danni ingenti» è il commento di Giuseppe Moretti Presidente dell'unione sindacati di polizia (USPP). «È l'ennesimo atto intimidatorio» afferma Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia Penitenziaria. «Serve un decreto carceri che, con carattere d'urgenza, affronti l'emergenza e potenzi la Polizia penitenziaria mancante di 18mila unità, ma è necessaria anche una legge delega per riforme complessive che reingegnerizzino il sistema d'esecuzione penale, ristrutturino il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e riorganizzino il Corpo di polizia penitenziaria. Del resto, lo stesso Matteo Salvini, oggi Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, nel 2017 sottoscrisse con firma autografa in segno di condivisione e impegno un nostro documento rivendicativo: adesso è il momento di adempiervi», conclude De Fazio.

17 dic 2022

Ucraina, quanto sta costando a Kiev la guerra con la Russia? Tutti i numeri del crollo economico e umano provocato dall’invasione

@ - Quanto sta costando all’Ucraina la guerra che la Russia ha scatenato dal 24 febbraio? Finora 350 miliardi di dollari. 

Quanto costa la guerra Russia-Ucraina?© FIRSTonline

E dato che il conflitto non è finito si tratta di un calcolo necessariamente provvisorio. Sono numeri che ha raccolto l’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani della università Cattolica di Milano, pubblicati recentemente in un articolo della studiosa Nicoletta Scutifero.

La ricerca non calcola le perdite peggiori, le vite umane, che, sappiamo da fonti Onu, sono state enormi: finora sono morte circa 80mila soldati di parte russa e quasi altrettanto di parte ucraina. Mentre i civili ucraini, vittime di bombe o di missili, oppure morti per le conseguenze della guerra, sono state ad oggi circa 8 mila. E poi ci sono i profughi, almeno 7 milioni, che si sono riversati nei paesi vicini, prima di tutto in Polonia. Senza contare che chi non abbandona il Paese entra nel decimo mese di guerra al buio e al freddo: più di 10 milioni di ucraini sono senza elettricità a seguito dei bombardamenti russi che prendono di mira soprattutto le infrastrutture civili ed energetiche, mentre le temperature sono sottozero.

Ma torniamo ai danni calcolati dall’Osservatorio CPI: come si arriva a 350 miliardi di dollari?

Alla spaventosa cifra si giunge se si sommano le perdite dirette del conflitto, intese per distruzioni di abitazioni, infrastrutture, asset produttivi, pari a 127 miliardi di dollari; a quelle indirette, vale a dire le perdite derivanti dal crollo degli investimenti privati e delle esportazioni, calcolate nei restanti 223 miliardi di dollari.

I dati macroeconomici sono approfonditi nello studio uno per uno: Pil, deficit/Pil- debito/Pil, mercato dei cambi, bilancia commerciale, inflazione. Un ultimo capitolo è dedicato agli aiuti internazionali.

Quanto sta costando la guerra Russia-Ucraina? Il crollo del Pil

Le stime della Banca Nazionale Ucraina aggiornate a settembre – ricorda lo studio – prevedono una riduzione del Pil nel 2022 del 31,5 per cento. Brutta cifra, ma inferiore rispetto alla prima diagnosi, quella di aprile, che indicava il crollo al 45,2 per cento. Che cosa è accaduto? L’analisi è chiara: ha pesato in positivo la liberazione di alcuni territori precedentemente occupati dai russi; gli operatori economici si sono adattati alle condizioni imposte dalla guerra; e sono riprese le esportazioni di prodotti agricoli attraverso il corridoio del Mar Nero garantito dalla Turchia.

Deficit/Pil- debito/Pil dimezzati

Qui le cifre sono terribili e non lasciano speranze: il disavanzo pubblico ha raggiunto il 25,6 per cento del Pil nel corso dell’anno corrente. Mentre il debito ha raggiunto il 71 per cento del Pil nel terzo trimestre 2022, valore altissimo se si pensa che alla fine del 2021, pochi mesi prima dell’invasione russa, era al 48,9 per cento.

Il mercato dei cambi e il commercio con l’estero

Alla vigilia del conflitto – si legge ancora nello studio – la Banca Nazionale Ucraina aveva dichiarato di avere “una quantità sufficiente di riserve internazionali” e che “non c’è carenza di contanti nel sistema bancario”. Ma il giorno dopo all’invasione, l’autorità finanziaria aveva dovuto dichiarare il passaggio da un regime di cambi flessibile (in vigore dal 2015) ad uno di cambi fissi, per provare a tenere sotto controllo l’inflazione e sostenere il funzionamento del sistema bancario e finanziario nel contesto del conflitto.

Nel luglio 2022 la Banca Nazionale Ucraina, poi, è stata costretta a svalutare il tasso di cambio ufficiale della grivna rispetto al dollaro del 25 per cento nella speranza di sostenere l’economia e tentare di recuperare competitività.

Il picco negativo della bilancia commerciale

La bilancia commerciale ha raggiunto a luglio il picco negativo di 3 miliardi di dollari, per poi scendere a 2 miliardi a settembre. Questo grazie all’accordo sul grano di cui si è fatto cenno e anche alla svalutazione della moneta. Prima del conflitto la bilancia commerciale era sostanzialmente in equilibrio.

L’inflazione potrebbe toccare il 30%

Secondo le stime della Banca Nazionale Ucraina, l’inflazione potrebbe toccare il 30 per cento entro fine anno, prima della guerra era attorno al 10 per cento a gennaio. In giugno i tassi di interesse sono stati alzati al 25 per cento, il più alto incremento dal 2015.

Guerra Russia-Ucraina: gli aiuti internazionali

Quando si pensa agli aiuti si pensa subito alle armi, ma non solo di armi si tratta.

L’Ucraina – si legge nel rapporto – ha potuto contare su aiuti che hanno, almeno in parte, consentito una ristrutturazione dei debiti in essere. Mentre i creditori stranieri hanno accolto la proposta di congelare i pagamenti di circa 20 miliardi di dollari di obbligazioni per due anni per scongiurare il default. Spiega la ricerca che la sospensione dei pagamenti fino alla fine del 2023, insieme al ritardo concesso nel rimborso del debito, accolto dai principali creditori bilaterali, tra cui Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone, consentiranno al Paese di migliorare le riserve valutarie che sono diminuite da 28,1 miliardi di dollari a marzo a 22,4 miliardi a fine luglio, con una successiva ripresa ad agosto.

Sempre sul fronte della ristrutturazione dei debiti in essere – rivela la ricerca – anche il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto l’Accordo di Stand-By, preesistente rispetto alla guerra e legato alla necessità per l’Ucraina di superare i problemi della bilancia dei pagamenti. Come tutti gli accordi di questo tipo, esso prevedeva vincoli impossibili da soddisfare durante un conflitto. Ecco che perché Zelensky nel marzo scorso ne aveva chiesto l’annullamento seguito dalla richiesta di un altro programma di assistenza finanziaria. Cosa che il FMI ha fatto approvando 1,4 miliardi di prestiti nell’ambito del Rapid Financing Instrument per far fronte alle necessità immediate del Paese. In agosto l’Ucraina ha richiesto un nuovo programma di prestiti al FMI ed è in attesa di riceverli a dicembre.

Ai prestiti del FMI – conclude infine il rapporto – si aggiungono diversi pacchetti di finanziamento, per un totale di circa 84 miliardi di euro, da parte dei paesi del G7 e dell’Unione Europea, che comprendono aiuti militari (armi, attrezzature e servizi all’esercito ucraino), umanitari (assistenza alla popolazione civile comprensiva di prodotti alimentari e medici) e finanziari (prestiti, sovvenzioni e garanzie), stanziati dal 24 febbraio.
Chi stanzia più fondi per l’Ucraina? Gli Stati Uniti, di gran lunga il principale donatore.