INCHIESTA / Ecco la fine dei piccoli Comuni | Commenti | www.avvenire.it: "Un pezzo d’Italia si sta staccando dal resto del Paese e nemmeno ce ne siamo accorti. Eppure è una parte di tutto rispetto: sono 10 milioni di abitanti e occupano il 54% della superficie della nostra penisola. Vivono in piccoli e piccolissimi Comuni e sono i protagonisti involontari di una lenta e insieme drammatica secessione. Non sono nell’agenda della politica perché altrimenti non si spiegherebbe l’oblio in cui sono stati cacciati. Intorno a loro c’è il deserto: prima se ne sono andati il salumiere e il panettiere, poi è scomparso l’ospedale più vicino e la stazione di polizia o il tribunale. Adesso non c’è più neanche l’ufficio postale dove una volta si ritirava la pensione. È la fine dei territori così come erano stati concepiti nel secondo Dopoguerra, eppure questi centri esistono e resistono ancora, in una sorta di difesa antropologica (e geografica) della 'specie' più forte dello spopolamento che pure c’è stato e ha assunto dimensioni pesantissime.
Le comunità hanno mantenuto un’anima, alla faccia delle spending review e dei piani industriali che hanno cancellato posti di lavoro. «È vero, la situazione è peggiorata e in pochi sembrano aver capito gli effetti sociali ed economici della fase storica che stiamo attraversando. L’abbandono delle terre è l’abbandono innanzitutto della manutenzione e della messa in sicurezza di aree fondamentali per la tenuta ambientale del Paese, mentre la scelta di tagliare servizi ha conseguenze sulla mobilità, sulla qualità della vita e sull’inquinamento. Non solo: perché io che abito a Cerignale devo pagare più tasse di uno che abita a Piacenza?», si chiede il primo cittadino del paesino emiliano, Massimo Castelli, che è anche coordinatore dell’Anci per i piccoli Comuni. «Di questo passo la discriminazione nei confronti delle grandi città è destinata a crescere: ci si concentra sui poli urbani e si dimentica il resto».
Le ragioni antiche dell’indebolimento strutturale di questo pezzo d’Italia non sono sufficienti a spiegare la crisi in atto. «Il problema è diffusissimo e si è aggravato negli anni Duemila – riassume il sociologo Enrico Finzi –. Col depauperamento demografico, sono avvenute le prime migrazioni interne alle province, con effetti devastanti soprattutto sui Comuni del Sud e sulle comunità montane. La riduzione dei trasferimenti dello Stato agli enti locali e la scelta insensata di disinvestire dai Comuni a favore delle Regioni ha fatto il resto». Quando la gente decide di spostarsi, poi, non è detto che si insegua (e si trovi) per forza nuova ricchezza. «In Campania la fuga verso le coste, spesso povere e inquinate e ad alto tasso di criminalità, ha creato un sovraccarico in termini di popolazione, isolando altre zone, come quelle irpine e del Beneventano, che avrebbero più spazi e maggior potenziale per garantire qualità della vita», continua il sociologo. In Alto Adige, al contrario, l’investimento in servizi alla persona «ha favorito la crescita della natalità», sottolinea Castelli. Contano i finanziamenti, senza dubbio, ma anche la capacità creativa e la possibilità di immaginare un futuro, al di là delle ristrettezze del momento.
Il nodo sembra essere proprio questo: trasformare uno stato di debolezza cronica in un punto di forza. «Dovremmo chiederci: tra 20 anni che ne sarà di questi territori? È come se fossimo rimasti all’analogico, nel Novecento, mentre viviamo nell’era digitale», dice il sindaco. «Dovremmo saper sfruttare meglio le tecnologie, pensare a progetti di informatica diffusa», gli fa eco Finzi. Agire sulle reti può essere una modalità per togliere dalla marginalità migliaia di persone, ma il dato di fatto è che molte aree non sono ancora connesse e alla fine ne risentono i trasporti locali, la logistica, in ultima analisi gli stessi distretti industriali: qual è l’impresa che va a investire in un territorio in cui non puoi mandare neppure una raccomandata?
Lo stesso discorso vale per gli esercizi commerciali: sempre di meno, sempre meno vicini alle comunità. Negli ultimi sei anni, secondo il rapporto Censis, i negozi di ferramenta sono diminuiti dell’11,2%, quelli di abbigliamento sono calati dell’11%. Il segno meno riguarda anche librerie (-10,8%) macellerie (-10,5%) e calzature (-9,9%). «Si pensi a quel che è successo con la chiusura delle edicole, degli empori e delle piccole botteghe nei centri storici – ragiona Finzi –. Erano modelli di distribuzione efficienti, dove si trovava tutto, anche il giornale». "SEGUE >>>
Le comunità hanno mantenuto un’anima, alla faccia delle spending review e dei piani industriali che hanno cancellato posti di lavoro. «È vero, la situazione è peggiorata e in pochi sembrano aver capito gli effetti sociali ed economici della fase storica che stiamo attraversando. L’abbandono delle terre è l’abbandono innanzitutto della manutenzione e della messa in sicurezza di aree fondamentali per la tenuta ambientale del Paese, mentre la scelta di tagliare servizi ha conseguenze sulla mobilità, sulla qualità della vita e sull’inquinamento. Non solo: perché io che abito a Cerignale devo pagare più tasse di uno che abita a Piacenza?», si chiede il primo cittadino del paesino emiliano, Massimo Castelli, che è anche coordinatore dell’Anci per i piccoli Comuni. «Di questo passo la discriminazione nei confronti delle grandi città è destinata a crescere: ci si concentra sui poli urbani e si dimentica il resto».
Le ragioni antiche dell’indebolimento strutturale di questo pezzo d’Italia non sono sufficienti a spiegare la crisi in atto. «Il problema è diffusissimo e si è aggravato negli anni Duemila – riassume il sociologo Enrico Finzi –. Col depauperamento demografico, sono avvenute le prime migrazioni interne alle province, con effetti devastanti soprattutto sui Comuni del Sud e sulle comunità montane. La riduzione dei trasferimenti dello Stato agli enti locali e la scelta insensata di disinvestire dai Comuni a favore delle Regioni ha fatto il resto». Quando la gente decide di spostarsi, poi, non è detto che si insegua (e si trovi) per forza nuova ricchezza. «In Campania la fuga verso le coste, spesso povere e inquinate e ad alto tasso di criminalità, ha creato un sovraccarico in termini di popolazione, isolando altre zone, come quelle irpine e del Beneventano, che avrebbero più spazi e maggior potenziale per garantire qualità della vita», continua il sociologo. In Alto Adige, al contrario, l’investimento in servizi alla persona «ha favorito la crescita della natalità», sottolinea Castelli. Contano i finanziamenti, senza dubbio, ma anche la capacità creativa e la possibilità di immaginare un futuro, al di là delle ristrettezze del momento.
Il nodo sembra essere proprio questo: trasformare uno stato di debolezza cronica in un punto di forza. «Dovremmo chiederci: tra 20 anni che ne sarà di questi territori? È come se fossimo rimasti all’analogico, nel Novecento, mentre viviamo nell’era digitale», dice il sindaco. «Dovremmo saper sfruttare meglio le tecnologie, pensare a progetti di informatica diffusa», gli fa eco Finzi. Agire sulle reti può essere una modalità per togliere dalla marginalità migliaia di persone, ma il dato di fatto è che molte aree non sono ancora connesse e alla fine ne risentono i trasporti locali, la logistica, in ultima analisi gli stessi distretti industriali: qual è l’impresa che va a investire in un territorio in cui non puoi mandare neppure una raccomandata?
Lo stesso discorso vale per gli esercizi commerciali: sempre di meno, sempre meno vicini alle comunità. Negli ultimi sei anni, secondo il rapporto Censis, i negozi di ferramenta sono diminuiti dell’11,2%, quelli di abbigliamento sono calati dell’11%. Il segno meno riguarda anche librerie (-10,8%) macellerie (-10,5%) e calzature (-9,9%). «Si pensi a quel che è successo con la chiusura delle edicole, degli empori e delle piccole botteghe nei centri storici – ragiona Finzi –. Erano modelli di distribuzione efficienti, dove si trovava tutto, anche il giornale». "SEGUE >>>
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