Il Giubileo e la paura. Tra i pellegrini in piazza San Pietro - Pagina Nazionale - il Tirreno: "La paura è il vero convitato di pietra del Giubileo della misericordia voluto da Papa Francesco. C’è chi la evoca quando un’ora dopo l’apertura dei varchi piazza San Pietro stenta a riempirsi; chi con la sua presenza dimostra di non averne ma poi confessa di non essersela sentita di prendere la metropolitana per arrivare sino a lì, meglio l’autobus, quello alto, a due piani; c’è chi alza lo sguardo quando in un momento di silenzio tra i canti e le preghiere si sente, tra lo scrosciare dell’acqua delle fontane, il rumore di un aereo in cielo. E c’è chi strizza gli occhi per distinguere meglio le figure che si aggirano sopra il colonnato: no, non sono cecchini, non ce ne sono, sono solo i fotografi che fanno il loro lavoro. L’invito di papa Francesco, «abbandoniamo ogni forma di paura e di timore che non si addice a chi è amato davvero non potrebbe cadere su terreno migliore.
La lunga mattinata dei pellegrini, una "veglia" la definirà più tardi il responsabile del 118 di piazza Risorgimento, comincia quando ancora il sole non è sorto. La linea A della metropolitana, quella che porta a San Pietro, alle 6.30 di mattina è quasi deserta. Alle 7 cominciano ad arrivare i primi pellegrini alla fermata di Ottaviano. Esce un gruppo nutrito e silenzioso, il primo porta una bandierina, gli altri lo seguono. Tutte le strade sono transennate, ad ogni incrocio le forze dell’ordine sbarrano il passo. Ci sono più forze dell'ordine che pellegrini. Invitano a fare percorsi obbligati per raggiungere i tre varchi, aperti dalle 6.30, dove si effettuano i primi controlli. In quello di Porta Angelica, il più vicino alla metropolitana, c'è un primo assembramento di gente. E così negli altri due. In via della Conciliazione i carabinieri guardano anche l'attrezzatura e nelle borse dei giornalisti. Usano un metal detector. Il secondo filtro è in fondo a viale Conciliazione, dove i pellegrini vengono fermati e fatti avanzare a gruppi verso piazza San Pietro. Raggiunto il colonnato che circonda la piazza, le tante persone in fila devono passare al metal detector. Borse e zaini vengono controllati. Molti hanno in mano il biglietto di accesso gratuito, verde, per accedere, ma passa anche chi ne è sprovvisto.
L’afflusso in piazza San Pietro è volutamente regolare, a scaglioni. Le sedie in piazza, lentamente, si riempiono: ci sono religiosi, famiglie con bambini, componenti di associazioni. Colpisce gli occhi un gruppo di donne della Corea del Sud, in colorati abiti tradizionali. Sorridono, non vogliono parlare. C’è una famiglia di Lecco con una neonata di appena 5 settimane. Sorridono, si fanno fare una foto.
Tra i primi a sedersi una famiglia di Lecce: padre madre e tre bambini. “Paura? No – dice il padre – quando c’è la fede non c’è paura”.
Comincia a piovere, si aprono gli ombrelli, si tirano su i cappucci. Smetterà, dopo, ma rimarrà un freddo umido, pungente, fino all’apertura della porta santa. Un signore mostra fiero un assegno da “400 milioni di Ave Maria” che consegneranno al Vaticano. “Sono preghiere vere, che abbiamo detto in diversi cenacoli, a turni, anche tra persone lontante, via chat”. Sono arrivati da tutta Italia, con pullman, aerei e mezzi propri. “Paura? C’è la provvidenza”, dicono.
I controlli continuano, serrati, severi. Chi inavvertitamente viene scoperto a parlare con qualcuno oltre la staccionata che delimita piazza San Pietro, viene rimandato alla casella del via, sotto i metal detector, perché “ha avuto contatti con una persona non controllata”.
Maria e Giovanna sono venuti "in pellegrinaggio" da Lanciano. Tra il 7 e l'8 dicembre hanno dormito a Roma, da parenti. Hanno portato i loro due figli. “C'è meno gente rispetto ad altre occasioni”, meravigliati di aver trovato posto a sedere.
"Noi non ci chiudiamo in casa", dice un milanese. "Un attentato può succedere qui come a Milano". "Il pensiero c'è, ma si caccia", dice la moglie di un consigliare comunale di Monza, arrivato in piazza con la fascia tricolore.
Per entrare in piazza in media occorre un’ora e mezza. Quasi nessuno però se ne lamenta. I controlli erano ampiamente previsti e le attese sono meno lunghe del previsto. Solo una famiglia, arrivata in piazza quasi all'inizio della cerimonia, lamenta lungaggini, file che scorrono con velocità diverse, controlli farraginosi. Ma già l'attenzione è altrove. “Dov'è il papa?” continua a chiedere la figlia, Ilenia, 7 anni. "No, non abbiamo paura - dicono - e il fatto che siamo qui lo dimostra. Ma abbiamo deciso di non prendere la metro, meglio l'autobus per arrivare fino a qui"."
La lunga mattinata dei pellegrini, una "veglia" la definirà più tardi il responsabile del 118 di piazza Risorgimento, comincia quando ancora il sole non è sorto. La linea A della metropolitana, quella che porta a San Pietro, alle 6.30 di mattina è quasi deserta. Alle 7 cominciano ad arrivare i primi pellegrini alla fermata di Ottaviano. Esce un gruppo nutrito e silenzioso, il primo porta una bandierina, gli altri lo seguono. Tutte le strade sono transennate, ad ogni incrocio le forze dell’ordine sbarrano il passo. Ci sono più forze dell'ordine che pellegrini. Invitano a fare percorsi obbligati per raggiungere i tre varchi, aperti dalle 6.30, dove si effettuano i primi controlli. In quello di Porta Angelica, il più vicino alla metropolitana, c'è un primo assembramento di gente. E così negli altri due. In via della Conciliazione i carabinieri guardano anche l'attrezzatura e nelle borse dei giornalisti. Usano un metal detector. Il secondo filtro è in fondo a viale Conciliazione, dove i pellegrini vengono fermati e fatti avanzare a gruppi verso piazza San Pietro. Raggiunto il colonnato che circonda la piazza, le tante persone in fila devono passare al metal detector. Borse e zaini vengono controllati. Molti hanno in mano il biglietto di accesso gratuito, verde, per accedere, ma passa anche chi ne è sprovvisto.
L’afflusso in piazza San Pietro è volutamente regolare, a scaglioni. Le sedie in piazza, lentamente, si riempiono: ci sono religiosi, famiglie con bambini, componenti di associazioni. Colpisce gli occhi un gruppo di donne della Corea del Sud, in colorati abiti tradizionali. Sorridono, non vogliono parlare. C’è una famiglia di Lecco con una neonata di appena 5 settimane. Sorridono, si fanno fare una foto.
Tra i primi a sedersi una famiglia di Lecce: padre madre e tre bambini. “Paura? No – dice il padre – quando c’è la fede non c’è paura”.
Comincia a piovere, si aprono gli ombrelli, si tirano su i cappucci. Smetterà, dopo, ma rimarrà un freddo umido, pungente, fino all’apertura della porta santa. Un signore mostra fiero un assegno da “400 milioni di Ave Maria” che consegneranno al Vaticano. “Sono preghiere vere, che abbiamo detto in diversi cenacoli, a turni, anche tra persone lontante, via chat”. Sono arrivati da tutta Italia, con pullman, aerei e mezzi propri. “Paura? C’è la provvidenza”, dicono.
I controlli continuano, serrati, severi. Chi inavvertitamente viene scoperto a parlare con qualcuno oltre la staccionata che delimita piazza San Pietro, viene rimandato alla casella del via, sotto i metal detector, perché “ha avuto contatti con una persona non controllata”.
Maria e Giovanna sono venuti "in pellegrinaggio" da Lanciano. Tra il 7 e l'8 dicembre hanno dormito a Roma, da parenti. Hanno portato i loro due figli. “C'è meno gente rispetto ad altre occasioni”, meravigliati di aver trovato posto a sedere.
"Noi non ci chiudiamo in casa", dice un milanese. "Un attentato può succedere qui come a Milano". "Il pensiero c'è, ma si caccia", dice la moglie di un consigliare comunale di Monza, arrivato in piazza con la fascia tricolore.
Per entrare in piazza in media occorre un’ora e mezza. Quasi nessuno però se ne lamenta. I controlli erano ampiamente previsti e le attese sono meno lunghe del previsto. Solo una famiglia, arrivata in piazza quasi all'inizio della cerimonia, lamenta lungaggini, file che scorrono con velocità diverse, controlli farraginosi. Ma già l'attenzione è altrove. “Dov'è il papa?” continua a chiedere la figlia, Ilenia, 7 anni. "No, non abbiamo paura - dicono - e il fatto che siamo qui lo dimostra. Ma abbiamo deciso di non prendere la metro, meglio l'autobus per arrivare fino a qui"."
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